Wall Street Journal abbandona la carta in Europa e in Asia

La notizia è di ieri la questione è la solita lotta tra la carta e il digitale. Chi vincerà? Dipende da cosa si intende. E anche la nota di News Corp, editore del Wall Street Journal, secondo me, è sibilina: “continuiamo a tenere sotto controllo l’equilibrio tra copie cartacee e digitali e stiamo osservando una rapidissima crescita nella domanda da parte dei clienti dei prodotti digitali“. “Equilibrio tra copie cartacee e digitali” e “crescita dei prodotti digitali” queste sono le parole chiave, ma non sono esattamente la stessa cosa. Equilibrio tra carta e digitale significa che i lettori rispetto allo stesso giornale e alle stesse notizie (più o meno adattate) preferiscono due mezzi diversi, probabilmente a seconda delle loro abitudini di lettura. Se ho l’abbonamento all’online e leggo in metro sono più comodo che leggere la copia cartacea appeso come un prosciutto sui mezzi. Mentre preferire prodotti digitali non significa tout court copie digitali. Non è il solo mezzo che cambia. È il modo in cui si fa informazione che il lettore sta sollecitando a cambiare. Poi il mezzo viene di conseguenza.

Come sottolinea il Financial Times il crollo della stampa è inarrestabile: -20% per il settore nel 2016. Il crollo della stampa, si badi bene, non dell’informazione. Tutto oggi informa, non serve il giornale, di carta o digitale che sia. È qui il punto. È il modello di informazione che sta cambiando, dal basso e chi sull’informazione ci campa sta tentando di resistere, ma è solo questione di tempo. È il modello di business che non sta più in piedi. Con le notizie gratis e un’infinità di modi per averle fare gli editori e fare informazioni non è sostenibile. Quindi? O le notizie si pagano e si pagano tutte le fonti (altrimenti ce ne sarà sempre un’altra libera a disposizione: modello iTunes, Spotify, GooglePlay, … che hanno sconfitto di fatto la pirateria) o si fa informazione senza guadagnare, ma anche senza avere i fondi necessari per pagare chi queste notizie le trova, le scrive e distribuisce.

È il paradosso della gratuità. E non parlatemi di pubblicità online, la grande illusione ignorata da tutti nella loro navigazione. Paradosso che la nostra società dovrà affrontare. La deriva al costare meno e l’asintotico al gratis sono sempre più sdoganato: dal nuovo Vodafone Pass al pomodoro che rende di più buttarlo che venderlo, tanto bassi sono i prezzi per i produttori.

Gratis va bene, certo: ma tutto, per tutti.

 

 

Tipi di cartone ondulato

Cercate come si chiamano i vari tipi di cartone ondulato. Due semplici 2730immagine possono aiutare.

Il cartone si compone di una copertina esterna, una copertura esterna e una serie di onde separate da un foglio teso. Il numero di onde definisce il tipo di cartone come si vede dallo schema sotto.

Gli spessori di onda sono invece rappresentati dallo schema sotto.

 

 

 

 

 

Per approfondimenti date un’occhiata al sito di adaptivepack.it

Impaginare è facile

Devi impaginare una tesi, un romanzo, un progetto e non sai dove cominciare? Ci sono online programmi facili, intuitivi e quasi sempre gratuiti che rendono accessibili ai principianti tutte le funzioni per un lavoro grafico corretto. Una valida alternativa ai più potenti tool di desktop-publishing tipo Indesign.

Volantini, cartoline, menu, biglietti d’auguri o da visita, newsletter o veri e propri libri…non c’è chi non abbia voluto cimentarsi almeno una volta con gabbie, tipi di caratteri e foto per creare la propria pubblicazione. Peccato che di software facili sembra non ce ne siano poi molti e da profani certo non è il caso di acquistare Adobe Indesign o QuarkXpress, professionali sì ma decisamente poco intuitivi. Eppure a ben guardare, in giro c’è tutto quel che serve. Gratuito o a pochi euro.

1. WORD

Prima di cercare altrove, sappiate che un primo potente impaginatore ce l’avete tutti i giorni sotto gli occhi: Word! Tra i suoi modelli ci sono quasi tutte le più comuni pubblicazioni compresi calendari, brochure, poster, segnalibri, curricula… tutti da personalizzare a piacimento. Volete dare sfogo alla fantasia? Partite da un foglio bianco e sviluppate la vostra idea. Sarà scontato, ma potete impostare voi il formato pagina, scegliere tra le centinaia di font disponibili (a proposito, provate a dare un’occhiata a dafont.com), scegliere i colori, importare e modificare immagini, numerare le pagine, giustificare il testo, farlo correre attorno alle foto, usare le colonne, inserire grafici e tabelle. Insomma, non manca nulla compreso un potente correttore ortografico e il salvataggio in pdf a una qualità sufficiente per la stampa domestica o da ufficio. Ricordate solo che il nero non è gestito come un solo colore e che non è possibile gestire abbondanze e i segni di taglio.

2. LUCIDPRESS

È un web-app per creare contenuti pubblicitari ed editoriali in modo estremamente semplice e senza installare nulla. Ci si registra e si ha accesso a ben 75 modelli di pubblicazione dalle quali partire e una ricca serie di funzionalità che non hanno nulla da invidiare al più blasonato Indesign. Attraverso un’interfaccia grafica completa e intuitiva si è subito operativi ed è semplice gestire formati, stili del testo, posizionamento delle immagini, l’uso di livelli e delle trasparenze per creare effetti grafici professionali. È possibile salvare per la stampa in pdf o in altri formati digitali, il tutto per poco meno di 12 euro/mese. Lucidpress inoltre gestisce nativamente anche file audio e video da inserire nei documenti e gli hyperlink per creare documenti multimediali, utili in ambito aziendale e scolastico. È integrato con Google Drive per lo storage e la condivisione e permette l’importazione di immagini direttamente da Flickr, Facebook e Dropbox, senza ulteriori tempi di upload.

3. SCRIBUS

Si tratta di un potente programma di impaginazione grafica open source (gratuito) e multipiattaforma con il quale produrre pubblicazioni di livello commerciale. L’obiettivo dichiarato del programma è rendere accessibile ai principianti l’impaginazione grafica senza limitare le funzioni più professionali come la gestione dei colori per la stampa (pantoni compresi), la creazione di pdf stampa o il trattamento tipografico del testo. Lo strumento consente di lavorare a partire da modelli o da documenti nuovi, supporta livelli, immagini vettoriali (loghi e barcode), guide e griglie intelligenti per agganciare la grafica e allineare facilmente i vari elementi e le pagine mastro per l’applicazione ricorsiva di testate, bordi, numeri pagina. Non mancano gli strumenti per una corretta composizione del testo, compresi le giustificazioni, i rientri, i capilettera, la gestione delle interlinee, il circonda immagine e un potente editor che permette di dare diverse forme ai box di testo. Utilissima la funzione che esclude in automatico i caratteri installati sul sistema che potrebbero causare problemi in fase di visualizzazione o di stampa.

 

Addio a Maurizio Rosace

4-11Era il 1997, c’erano i Power Machintosh G3 sulla scrivania e il giornale lo facevamo con QuarkXpress 4. Era il 1997 e ti ricordo tutto vestito di nero come Johnny Cash, la barba nera e il tuo modo quasi da pianista di impaginare, quasi senza usare il mouse. Arrivavi con una Fiat Tipo grigio scura a orari impossibili da Roma alla fine di ogni numero con il tuo pacco di pellicole del giornale (i pdf li avremmo sperimentati nel 1999), sparivi dallo stampatore e poi ritornavi stanco con la prima copia, ancora bagnata. Ti raccomandavi di non aprirla perché la colla non era ancora asciutta.

Era il 1997 e non sapevo nulla di grafica e stampa. Quando venivi in Redazione a Milano restavo affascinato mentre impaginavi. Testi e immagini sembrava potessero andare in pagina solo in quel modo. Mi hai insegnato tanto, Maurizio: la grafica, la stampa, l’impaginazione, il lavoro. Hai assecondato la mia curiosità, mi hai portato a vedere la mia prima macchina da stampa (una roto Heidelberg 32 pagine, 2 sedicesimi al giro) e hai avuto fiducia in me quando mi hai detto “questa volta a vedere la stampa ci vai tu” e quando, dicendomi che cambiavi lavoro, ti sei speso perché fossi io a seguire la produzione di BookModa.
Sembra ieri: mi hai lasciato lì in sala stampa, sicuro che avrei imparato, sicuro che, da quel giorno, l’inchiostro sarebbe scorso anche nelle mie vene. E così è stato: se ho fatto tante scelte da quel 1997 lo devo anche a te.
Si dice che quello che si pubblica nel web resti per sempre, ebbene è proprio quello che vorrei. Vorrei che resti per sempre la mia riconoscenza verso di te.
Negli anni ci siamo persi; ogni tanto, quando venivi a Milano, mi mandavi un messaggio e mi dicevi che la prossima volta ci saremo visti. Non è mai più successo, ma, forse è meglio così. Ora, posso solo dirti grazie e ripensare con affetto e nostalgia a quel 1997 quando tutto è cominciato
Ciao, Maurizio, e grazie!
mela+maiuscolo+alt+^

Riflessione tipografica

Milano, metropolitana lilla, io e lui seduti di fianco: lui con un kobo e io con il mio libro L’ingegneria degli animali, di carta, non per scelta mia, ma di Adelphi che non fa la versione e-book di questo titolo. Alzo la testa per un attimo dalla pagina e guardo verso la pagina sul kobo.

L’ingegneria degli animali

L’ingegneria degli animali

Quanta differenza tra le mie righe perfettamente allineate e bilanciate e le sue righe frante che sembravano un pettine sdentato, tra il mio carattere graziato e elegante e il suo bastoni poco nitido e a tratti un poco sfocato, tra la mia carta avorio e il grigiore freddo del suo monitor. Ora, un e-reader ce l’ho anch’io (un kindle paper withe prima generazione, per la precisione), anch’io leggo libri digitali, forse più che cartacei. Anzi avrei apprezzato volentieri da parte di Adelphi la versione digitale di quel che stavo leggendo: qualche etto in meno nello zaino e una maggior maneggevolezza non guastano. Eppure, l’innegabile praticità del digitale si scontra con l’estetica, che pure ha la sua importanza.

Trovare una giustificazione

Forse basterebbe che tutti gli e-reader giustificassero il testo invece di lasciarlo a bandiera sinistra. La giustificazione del testo è forse il primo passo verso un’estetica di pagina che l’uomo ha ricercato fin dall’invezione della scrittura. Basti pensare alle iscrizioni antiche, ai copisti medievali, ai primi libri a stampa fino alla composizione a mano e ai sistemi di impaginazione elettronica. È innegabile: una pagina giustificata con i giusti margini, il peso corretto del carattere (non importa quale) e il giusto rapporto tra corpo e interlinea crea una pagina bella da vedere. Ora, credo, che chi legga su dispositivi elettronici, anche inconsciamente, ricerchi questa bellezza dello specchio di pagina: i margini si possono impostare, ma difficilmente si metteranno a zero o a colonna strettissima; il carattere si può scegliere, ma, per fortuna, la gamma è limitata a pochi bastoni o graziati (il comic, fortunatamente, non si può usare!) che si possono ingrandire o rimpicciolire così come si può usare un’interlinea più o meno amplia, ma il buon gusto guida la scelta.

Specchio, specchio delle mie brame

Cercare uno specchio di pagina bello non è una questione banale perchè la bellezza della pagina implica equilibrio delle parti e questo determina la leggibilità e il piacere di leggere, della mera azione meccanica. E al piacere ci si appella quando si difende a spada tratta il libro di carta: piacere che si ha nel maneggiare una pagina o nel sentire l’odore della carta. Lasciando perdere l’odore della carta che è tutto tranne che piacevole, visto che è un misto tra colla, caolino, cellulosa, polvere e sudore, se il libro è stato letto, il messaggio è chiaro. C’è qualcosa in quegli “aggeggi” digitali che stona. È come una musica in controtempo, può piacere, ma non è piacevole. Così il libro digitale nella sua esteticità, al di là del contenitore, al di là del device.

È la somma delle piccole cose che mancano a fare questa inconscia sensazione di non bellezza. Il libro digitale è un libro che non è ancora un libro. Il reader non fa altro che mettere in pagina il testo in memorizzato, testo che è a correre e fluido, cioè non imbrigliato sulla larghezza. Nel metterlo in pagina usa delle regole definite a priori che stanno in un file, detto css, che dice carattere per carattere che caratteristiche deve avere al variare della geometria delle dimensioni, della marginatura, del carattere e dell’interlinea scelta dal lettore. Ma il margine di manovra è limitato: il reader interpreta. La giustificazione invece, implica un calcolo e un dizionario di una certa lingua che dica dove spezzare le parole. Ecco questo è il motivo per il quale la giustificazione non si può avere sempre. In realtà i kobo ce l’avrebbe anche, ma i risultati spesso sono discutibili con vistosi buchi bianchi tra le parole. Gli editori, ve lo assicuro, lo sanno, ma fare un e-book deve costare poco, perchè deve costare poco comprarlo. Quindi si investe pochissimo.

Tipografia digitale

Intanto noi ci abituiamo a queste piccole brutture. L’orizzonte è chiaro: una parte della tecnologia sceglie il bruttino funzionale, un’altra (Apple in primis) pretende la massima perfezione possibile al netto del momento e della tecnologia disponibile (la storia delle interfacce è significativa). Però, tutto ha un costo: per costruire reader diversi, per creare nuove funzioni e css piacevoli… In fondo, basterebbe mettersi d’accordo e trovare uno standard condiviso (cosa rara in informatica) che porti finalmente a una tipografia digitale di qualità, pari almeno a quella analogica che ci ha accompagnato fin qui. Ma gli informatici tipografi sono merce rara. Per fortuna, nel frattempo, noi continuiamo a leggere, su carta o su e-ink, ma leggiamo.

 

 

Come salvare una foto perchè abbia una lunga vita?

Camera by pixie--meat ©2006-2016 pixie--meat http://pixie--meat.deviantart.com/art/Camera-29616342

Camera by pixie–meat ©2006-2016 pixie–meat http://pixie–meat.deviantart.com/art/Camera-29616342

Domanda per nulla oziosa visto che ormai le foto sono quasi esclusivamente digitali e non le stampa praticamente più nessuno. Non esiste una regola assoluta: la tecnologia si evolve velocemente e la mole di dati cresce in modo esponenziale.

Un buon compromesso protrebbe essere questo:

Formato della foto 20×30 cm  @300 dpi (ovvero 2362×3543 px)  o, ancora meglio, 30×40 cm (ovvero 3543×4724 px), a 8 bit con salvataggio in tif senza compressione e in RGB senza profilo incorporato.

Perchè? Se scegliamo il 20×30, anche ridimensionando l’immagine al formato medio di una doppia pagina di un magazine, è garantita una qualità di stampa tipografica buona perché compresa tra i 180 e 240 dpi (stampando a 60 linee). Mentre il formato 30×40 garantisce “nativamente” il formato medio di una doppia o per una stampa tipografica di altissima qualità (stampando a più di 60 linee) .

Il profilo non incorporato non ci vincola a priori e consente l’applicazione di un profilo ad hoc qualora sia richiesto dalle esigenze d’uso future.

L’RGB preserva la massima gamma cromatica e contiene il peso del file.

Il tif è un formato di salvataggio standard, un po’ pesante è vero, cheperò non ha compressioni in perdita come il jpg.

8 bit è lo standard, è più che sufficiente e non tutte le applicazioni di fotoritocco lo gestiscono.

Quanto pesa un file? Il 20×30 cm circa 16,5 mb, mentre il 30×40 cm 16,8 mb.

Quindi armatevi di hard disk, fate sempre il back-up e… ogni tanto stampate.

 

Perché tutti i libri italiani sono in Garamond – da Il Post

C’è Garamond e Garamond: le differenze tra le diverse tipologie di questa diffusissima font.

La storia del carattere tipografico inventato nel Cinquecento che col passare del tempo è diventato lo standard dell’editoria

da Perché tutti i libri italiani sono in Garamond

Rilancio questo post da Il Post (perdonate il gioco di parole): molto interessante e completo per scoprire come il Garamond impazzi nell’editoria italiana e ripercorrere la storia delle font.

Piccola curiosità nei tag a piè di pagina: Garamond “Simoncelli” al posto di Garamond Simoncini. Refuso, errore dei correttore automatico o furbo utilizzo del SEO

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Slowprinting

Sarà l’indigestione digitale, sarà l’onda lunga di Slow Food, fatto sta che è tutto un fiorire di quelli che in inglese oggi si chiamano PrintShop. Ma non si tratta di tipografie in cui si stampa con plotter o stampanti digitali dal bigliettino da visita alla carta intestata alla piccola brochure. Bensì di luoghi in cui si riscopre la tipografia, si rimettono in uso vecchie stella o planocilindriche recuperate da qualche polveroso deposito. Si riscoprono casse di caratteri, si stampa un foglio alla volta, si lascia asciugare l’inchiostro con calma, si fanno libri in cui ogni pagina è composta a mano carattere per carattere, in tirature esigue. Insomma, dall’industria grafica si ritorna all’arte grafica. Operazioni meritorie, non c’è che dire. In rete si trovano molti esempi come novepunti.org, Sostengo da anni che chiunque operi nel settore della stampa, dell’editoria, della grafica, della legatoria dovrebbe passare qualche settimana a una macchina da stampa per rendersi conto di tante cose. Ha ragione Stefano Testagrossa di onicedesign.it che sostiene che la stampa letterpress è una palestra anche per i lavori digitali. Non posso quindi non essere d’accordo che esistano queste iniziative. Eppure come al solito si esagera. È come con le gelaterie artigianali, i macinatori di farine a pietra, gli oleifici che fanno solo pochi litri, gli agricoltori che piantano solo fragole o mirtilli biologici, i costruttori di bici vintage… : ce ne sono in ogni dove, tanto che alla fine non si distingue più la vera qualità. Sembrano tutti uguali, con l’aggravante del prezzo.

Rispetto a queste iniziative slowfood, lo slowprinting ha una netta differenza: è pura accademia, e assolutamente fine a se stessa. Se voglio mangiare il pecorino posso comprarlo di fossa da Eataly o “industriale” al supermercato, è solo un fatto di scelta del prodotto che voglio. Con la stampa invece, in molti casi, il prodotto non c’è. Se voglio leggere un libro lo compro già fatto in libreria non lo faccio fare al torchio né lo fa fare un editore; e, anche se si trattasse di un editore di super nicchia, il costo di quel libro sarebbe eccessivo. Chi usa più la carta intestata già stampata? La si stampa insieme alla lettera scritta al pc. Anche i bigliettini da visita sono poco usati e certo non si bada più al fatto che siano stampati in digitale. Qualche anno fa mi sono fatto stampare dei biglietti di ringraziamento su carta pregiata in cotone tagliata a mano e tampografati, bellissimi: non ho mai trovato occasione di usarli.

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Ben vengano queste tipografie di ritorno purché ce ne sia il giusto numero: solo così potranno non fare serie, ma pezzi unici; potranno fare da solida base al digitale; solo così potranno fare arte (grafica), stampare per il gusto di farlo e solo così riusciranno a soddisfare il piccolo mercato che c’è per questi stampati. In caso contrario quelle macchine torneranno alla polvere.

Infografiche fai da te

Poco, pochissimo testo e, sintesi in forma grafica, tratti salienti di un concetto, di un fenomeno, di una procedura. In fondo le infografiche sono una via di mezzo tra gli appunti e le mappe concettuali, tra i diagrammi di flusso e le opere d’arte. Il problema però, è come farle e farle bene. Nel web sono presenti molti siti che permettono di generare infografiche, con pochi passaggi, pochi euro, spesso gratis.

Il mio post su Infografiche fai da te – Pixarthinking

Photoshop e i suoi fratelli

Si scaricano, si installano, si usano. Costo: zero. Programmi di fotoritocco essenziali, dall’anima mobile, con tutto ciò che serve per migliorare i vostri scatti. Scopriamo i vantaggi di Pixlr, Sumopaint, Lunapic e FotoFlexer.

continua a leggere qui Photoshop e i suoi fratelli – Pixarthinking

Rilancio da qui un mio post uscito l’8 aprile 2015 sul Blog Pixarthinking al quale collaboro.