Slowprinting

Sarà l’indigestione digitale, sarà l’onda lunga di Slow Food, fatto sta che è tutto un fiorire di quelli che in inglese oggi si chiamano PrintShop. Ma non si tratta di tipografie in cui si stampa con plotter o stampanti digitali dal bigliettino da visita alla carta intestata alla piccola brochure. Bensì di luoghi in cui si riscopre la tipografia, si rimettono in uso vecchie stella o planocilindriche recuperate da qualche polveroso deposito. Si riscoprono casse di caratteri, si stampa un foglio alla volta, si lascia asciugare l’inchiostro con calma, si fanno libri in cui ogni pagina è composta a mano carattere per carattere, in tirature esigue. Insomma, dall’industria grafica si ritorna all’arte grafica. Operazioni meritorie, non c’è che dire. In rete si trovano molti esempi come novepunti.org, Sostengo da anni che chiunque operi nel settore della stampa, dell’editoria, della grafica, della legatoria dovrebbe passare qualche settimana a una macchina da stampa per rendersi conto di tante cose. Ha ragione Stefano Testagrossa di onicedesign.it che sostiene che la stampa letterpress è una palestra anche per i lavori digitali. Non posso quindi non essere d’accordo che esistano queste iniziative. Eppure come al solito si esagera. È come con le gelaterie artigianali, i macinatori di farine a pietra, gli oleifici che fanno solo pochi litri, gli agricoltori che piantano solo fragole o mirtilli biologici, i costruttori di bici vintage… : ce ne sono in ogni dove, tanto che alla fine non si distingue più la vera qualità. Sembrano tutti uguali, con l’aggravante del prezzo.

Rispetto a queste iniziative slowfood, lo slowprinting ha una netta differenza: è pura accademia, e assolutamente fine a se stessa. Se voglio mangiare il pecorino posso comprarlo di fossa da Eataly o “industriale” al supermercato, è solo un fatto di scelta del prodotto che voglio. Con la stampa invece, in molti casi, il prodotto non c’è. Se voglio leggere un libro lo compro già fatto in libreria non lo faccio fare al torchio né lo fa fare un editore; e, anche se si trattasse di un editore di super nicchia, il costo di quel libro sarebbe eccessivo. Chi usa più la carta intestata già stampata? La si stampa insieme alla lettera scritta al pc. Anche i bigliettini da visita sono poco usati e certo non si bada più al fatto che siano stampati in digitale. Qualche anno fa mi sono fatto stampare dei biglietti di ringraziamento su carta pregiata in cotone tagliata a mano e tampografati, bellissimi: non ho mai trovato occasione di usarli.

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Ben vengano queste tipografie di ritorno purché ce ne sia il giusto numero: solo così potranno non fare serie, ma pezzi unici; potranno fare da solida base al digitale; solo così potranno fare arte (grafica), stampare per il gusto di farlo e solo così riusciranno a soddisfare il piccolo mercato che c’è per questi stampati. In caso contrario quelle macchine torneranno alla polvere.

Concorso “Premio cover più”

Si è conclusa la prima edizione del Premio cover Più organizzata dal grafico ed art director Rino Ruscio. Ne avevamo parlato il 3 dicembre 2013 qui.

I nomi dei vincitori sono:

Premio giuria tecnica categoria Professionisti:

MAURO ORTOLANI con la copertina TI REGALO IL MALE

Premio giuria tecnica categoria Studenti:

FABIOLA VIVIANO con la copertina IL MIGLIORE PIU’ GRANDE AMICO

Premio giuria popolare categoria Professionisti:

ALESSIO FURFARO con la copertina CARO SCRITTORE IN ERBA

Premio giuria popolare categoria Studenti:

MARIANNA STOICO con la copertina LE CINQUE SORELLE CHOUETTE

10641179_1484948955107295_713232108052605161_nDa qui è possibile scaricare anche la raccolta delle opere pubblicate.

Flipback, se il libro cede alle lusinghe dell’e-book 2/3

Pubblico qui di seguito il mio intervento a commento del post di Anna Aprea sul flipback di Mondadori:

“Il salto mortale all’indietro di Mondadori non sarà affatto “mortale”, anzi come tutte le novità (anche se nonvità non è) attirerà vendite. In fondo il libro è un oggetto oltre che un veicolo di contenuti. L’impostazione orizzontale è divertente e se il costo non sarà eccessivo, i titoli saranno quelli giusti e il supporto maketing adeguato non potrà che attirare attenzione. Il lancio è furbo, ovvio, a ridosso del Salone del Libro dove mi sa poche altre saranno le novità: qualche autore che promette bene, qualche rilettura nostalgica, il solito punto sul libro digitale… insomma normale amministrazione in questi tempi di stasi. C’è da scommettere che anche gli altri editori non staranno con le mani in mano e di fronte all’esperimento di Mondadori reagiranno, copiando o cercando di far meglio. Guanda è già partita. Poi c’è il dinamismo di Newton che sulla carta e sull’inventarsi qualcosa sul libro ha sempre detto la sua, a partire dai famosi Millelire. In ogni caso, vada come vada, arrivi o no dopo il libro orizzontale il libro tondo, il progetto di Mondadori dimostra come gli editori concepiscono il libro. Editore, lo ricordo, prima che imprenditore, è chi diffonde un testo (il Lorenzo Alderani è l’edotore delle lettere di Jacopo Ortis, chi le raccoglie ne cura la pubblicazione). Un testo, ovvero un contenuto, una storia, un racconto, non un oggetto come qualsiasi altro fatto produrre da uno stanpatore e venduto da un libraio. Ecco, cara Anna, il punto per me è qui: l’editore (volutamente con la minuscola) è ormai diventato un mero intermediario, una sorta di broker, di oggetti chiamati libri da vendere nelle sua varie manifestazioni mediatiche, analogiche o digitali che sia. Insomma, non importa cosa c’è in questi libri, come sono fatti (anche qualitativamente), purchè li si riesca a vendere. Mondadori gira il senso di lettura, bene, rischia, ma su titoli che si venderebbero anche se fossero fogli sparsi… Si sa che sono pochi, pochissimi, gli editori che rischiano su titoli nuovi. Perchè non li sanno più trovare. Perchè guardano quello che ha fatto successo altrove per riproporlo qui e, una volta, magicamente o casualmente, trovato lo replicano all’infinito. Lo replicano perchè, come con qualsiasi altro oggetto, occorre seguire la moda. L’iphone insegna: esce e tutti lo comprano, esce quello nuovo e altri ancora lo comprano, poi Samsung rilancia e piano piano l’ago si sposta. Non importa se non è la stessa cosa. Gli editori hanno un problema in più nel seguire le mode: il libro è divertimento che sublima dalla fatica della lettura e il libro non è come una canzone che dura 3 minuti e la puoi anche solo sentire invece di ascoltare, o un film che passa in 2 ore scarse. Il libro lo devi volere e volere leggere. Gli editori sono soli: i modelli di produzione e vendita delle altre cose non si adattano in nessun modo al libro. Poi si aggiunge la cultura che da sempre spaventa un po’, la crisi che taglia il superfluo, il digitale che intacca le quote del cartaceo, la rete e i social che sottraggono tempo e concentrazione, l’offerta che è troppa e di scarsa qualità e la velocità di obsolescenza di tutto. Il salto all’indietro, gli editori lo fanno tutti i giorni cercando di schivare tutta questa infida concorrenza. Non credo però, che se magicamente iniziassero a produrre libri di qualità, meno titoli, più curati, alzando il livello culturale, la situazione cambierebbe poi di molto. Non si venderebbe di più. Forse non è l’editoria a dover essere messa in discussione, ma dovremmo affrontare serenamente la metamorfosi del libro e della lettura. Perchè l’impressione è sempre la stessa: se non si legge è un male e se non si vendono libri è un male. Forse è solo che leggere e leggere libri non è più come nel 1965, quando Mondadori uscì con Addio alle armi in 60.000 copie che andarono tutte esaurite il primo giorno. Facciamocene una ragione e proporzioniamo tutta la filera autore-editore-stampatore-libraio-lettore alle nuove esigenze”.

Carta vs digitale: questione di equilibri

I profeti della vincita del digitale sulla carta, autori delle laudi funebri di stampa e inchiostro, già da tempo hanno dovuto ricredersi. La carta è dura a morire, anzi non morirà mai. Chi scrive ne è fermamente convinto. Non morirà nel senso che arriveremo semplicemente a nuovi equilibri. Per certe cose il digitale è sempre più indispensabile, per altri lo è la carta. Il difficile è dare la spinta decisiva al digitale perché, tra le altre cose, il costo dei device, a mio giudizio, resta il punto focale. I giovani sono attratti per natura dalle novità, chi lavora è portato ad aggiornarsi naturalmente, il problema è aggredire la massa critica degli over 50, che del digitale non ne sentono un bisogno così spinto. Forse avvicinarli buttandoceli dentro è l’unico modo. Basta che non gli regaliate Windows, che per iniziare da zero non è proprio il massimo (ma questa è un’altra storia).

La cronaca di questi giorni ci regala due episodi che fanno riflettere sull’equilibrio carta/digitale.

1) 14,2 milioni di dollari per un libro stampato nel 1614 negli Stati Uniti e andato all’asta da Sotheby’s a New York. Si tratta di una della 11 copie superstiti del Bay Psal Book, un libro dei salmi.Tirato inizialmente in 1.700 copie a Cambridge in Massachusetts, il libro nacque dall’esigenza dei primi primi pellegrini  che volevano diffondere i principi della religione traducendo fedelmente in inglese i salmi ebraici.

2) Newsweek torna a stampare la versione cartacea del noto settimanale. “Risparmieremo 40 milioni di dollari all’anno” aveva detto un anno fa il Direttore, annunciando la fine dell’edizione stampata del prestigioso settimanale che avrebbe proseguito le pubblicazioni solo in versione digitale. Rifatti i conti, ci si è resi conto che i ricavi dalla versione digitale non sono sufficienti a coprire i costi di una struttura che vuole puntare  sulla qualità dei contenuti. Quindi si riparte con la versione cartacea, tirata in 100 mila copie, e una nuova  struttura editoriale con 20 redattori assunti in più.Una strada, quella di ritornare alla versione su carta, che i due editori licenziatari della testata Newsweek per i mercati dell’Europa, Africa e Asia avevano già deciso. Emblematica: Surviving Exctinction (Sopravvivere all’estinzione) era il titolo con il quale la versione stampata si rivolgeva a quella digitale.

Il libro di carta resta un oggetto appetibile, prezioso, da tenere. E anche un settimanale che  ha tentato la via del digitale spinto, a causa dei ricavi più bassi, ha dovuto, in assenza di un ampliamento dei lettori tale da pareggiare la circolazione cartacea e i ricavi che ne derivano, fare marcia indietro. Insomma, i due medium, carta e digitale, solo sono vincenti.

Arte con i libri

Ora che il libro, con l’inesorabile affermazione del digitale, va sempre più scindendosi nelle sue componenti basiche di contenuto e forma, c’è chi ne usa le vestigia fisiche -analogiche, verrebbe da dire- per fare arte.

Art Made from Books: Altered, Sculpted, Carved, Transformed Già in passato ho pubblicato foto di creazioni fatte con libri di carta opportunamente trasformati in sculture, oggi volevo segnalare il volume Art Made From Books che raccoglie i lavori di 27 artisti che hanno, come recita il sottotitolo, alterato, scolpito, intagliato e trasformato dei libri.

Le opere sono straordinarie e mai viene in mente che quei libri così trasformati non saranno più leggibili. L’arte trascende l’operazione di distruzione o decostruzione del libro. Per gli amanti del come è fatto nella prima parte si racconata anche un po’ di dietro le quinte tra forbici, colla, cutter, frese e piegacarte. Il volume è in vendita su Amazon a 17,76 USD.

L’arte di scolpire libri comunque è diffusa e una piccola ricerca in internet svela veri e propri capolavori. Riporto solo un paio di esempi dal sito thisiscolossal.com il resto è sul sito.

Guy Laramee

Bronia Sawyer