Drupa 2012. Müller Martini offset o digitale per me pari sono

Müller Martini è in Drupa con tutto il suo repertorio di macchine. Belle, blu e funzionanti. Dalla brossura con incassatrici automatiche al punto metallico e cellophanatura in linea. Colpisce la filo refe compatta che in meno di un metro e mezzo si alimenta, cuce e fa uscire il blocco libro finito. E i servo controlli che consentono regolazioni millimetriche e avviamenti inesistenti.
Ps. Grazie Fabio per il giro per l’immenso stand.

Drupa 2012. Alle origini della confezione

Prima di buttarmi nel mondo della stampa del futuro di Drupa 2012, ho passato una piacevole domenica a Colonia. E qui nel bellissimo museo dedicato alla scultura romana in Germania (il Römisch-Germanisches Museum) che sorge accanto al grandioso Duomo, mi sono imbattuto in un vero e proprio antenato del libro. Tre tavolette di cera nera forate lungo il lato lungo e tenute insieme con un sottile filo di canapa. Niente stampa, ovviamente, solo qualche tratto inciso con uno stilo. Un piccolo “tascabile rilegato wire-o” ante litteram. Si potrebbe anche dire che tavoletta fa rima con tablet…, ma forse è troppo. Una cosa è certa, però, ci sono oggetti che hanno raggiunto la loro perfezione fin dai primordi e, gira e rigira, dopo prove, tentativi, innovazioni e passi indietro, tornano ad essere quello che erano all’inizio. Con il bene placido di linee di brossura automatiche, metti-copertina e tagli lineari.

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Brossura Notch: questa sconosciuta

Provate a googlare “brossura notch” e poco o nulla vi apparirà. Siccome nell’ambiente già da tempo si conosce, ma spesso i print buyer ne sanno poco o nulla ho pensato di scrivere un piccolo post.

Nota in Italia anche con il nome di “ciuffetto”, il notch è un tipo particolare di brossura. Ma a differenza della brossura fresata, in cui le segnature dopo la piega e la raccolta che compone il blocco libro vengono fresate prima di essere incollate e incassate, con la brossura notch ogni segnatura viene prima forata (notched)   lungo la piega del dorso, successivamente piegata, raccolta, incollata e finalmente incassata. Ecco il segreto… la perforatura che ha la stessa funzione della fresatura, ovvero romprere la carta e offrire superficie aggrappante alla colla. I fori si ottengono “mediante appositi dischi perforatori montati sulle pieghe, in uscita dalla parallela prima del coltello finale” (E. Posenato).
Si usa con carte spessorate, con grammature alte o per volumi con poco dorso (il limite della fresata è introno ai 3/4 mm). E’ adatta sia alla carta patinata che uso mano. La colla utilizzata è una hot melt che penetra nei fori e tiene insieme le pagine anche se queste sono poche. Si tratta comunque di tipo di confezione di bassa qualità con alcuni limiti che ne “hanno limitato la diffusione: oltre ad un livello di tenuta ovviamente inferiore rispetto al fresato, il problema maggiore è la mancanza di controllo della penetrazone della colla” (E. Posenato) che rischia di imbrattare le segnature…

Ricordatevi che stoccare stampati legati con colla a caldo a temperatura troppo alta o troppo fredda può comprometterne la tenuta.

Come si fa un pantonario?

Vi siete mai chiesti come si stampa un pantonario? Su quali macchine (una KBA) o su quale formato carta (70×100 cm)? Su  Youtube ho trovato questo interessante video che svela tutte le fasi di lavorazione -stampa, raccolta e confezione- di una mazza della Pantone della serie Plus. Istruttivi i close-up di alcuni dettagli della macchina da stampa lungo le varie fasi, dal mettifoglio all’uscita, compresi la preparazione del colore e il caricamento del calamaio. Un curioso dietro le quinte che aiuta a capire quanto lavoro e quanta cura ci sono dietro questo preziosismo strumento di lavoro.