Kindle Paperwhite: prime impressioni

Ho un Kindle Paperwhite da un paio di settimane e devo dire che le mie abitudini di lettore sono già cambiate. Per prima cosa leggo molto di più. Certo, sarà anche l’effetto novità di possedere un reader nuovo, ma è innegabile che il Kindle mi spinge a portarmelo dietro sempre e a leggere ogni volta che ne ho occasione. Pesa pochissimo, lo infili in tasca, la batteria dura tanto e puoi avere tutti i libri che stai leggendo contemporaneamente senza caricarti di carta. In più, a differenza dell’iPad, che ho e che ho spesso usato per leggere, il Kindle non distrae. Quando carichi un libro non hai scuse per andare in Internet, aprire qualche app, giocare, leggere la posta, sentire musica… leggi e basta.

In più la resa della carta è davvero ben fatta: non affatica la vista, non si hanno riflessi o problemi di luminosità (il mio è retro-illuminato). Insomma, manca solo il piacere dello sfogliare le pagine, con il caratteristico frush, e il profumo della carta, tanto rimpianto dai puristi del libro.

Quello che fa davvero la differenza rispetto a un libro è però la resa del testo, la composizione tipografica della pagina, il bilanciamento delle righe, l’equilibrio dei bianchi tipografici, la gestione sapiente dello spazio che c’è su una pagina di carta. Da un lato non è possibile sillabare (mandare a capo) le parole (se non con una patch dedicata a seguito del jailbreak del Kindle che però è illegale e non ancora aggiornata alla versione 5.3.3 del firmwire di Amazon) e questo crea delle righe formalmente brutte con buchi tra le parole e antiestetici bianchi tra le righe. Ma con l’evoluzione dei reader la situazione migliorerà sicuramente.

Dall’altro è chi legge che decide la veste tipografica della pagina sia per quanto riguarda la font, la sua dimensione, l’interlinea e la marginatura. Questo certamente consente massima libertà a chi legge e aiuta chi ha difetti di vista, ma sposta la responsabilità dell’estetica del testo dall’Editore al Lettore. E’ un cambio di prospettiva importante se si pensa al ruolo che nel passato hanno avuto i compositori, gli impaginatori e tutte quelle figure professionali legate non al contenuto del testo, ma alla sua forma.

Di più, in questo modo l’Editore abdica alla sua funzione di editare il testo, di trasformare il libro da oggetto di pura scrittura a prodotto visivo progettato, quanto meno nella sua componente grafica. L’Editore resta però indispensabile per la cura e la correzione del testo a maggior ragione nel momento in cui con i reader il paratesto viene meno.

Infine, il lettore si abitua velocemente a una pagina diversa da quella di un libro di carta. Devo ancora capire se questo, per l’esperienza di lettura, può fare la differenza. Ci si concentra sul testo e sul contento o una forma di pagina bella e bilanciata aiuta di più la lettura? Certamente appaga l’occhio, ma questo significa leggere meglio?

News(paper) Revolution: da leggere. Assolutamente

Ho incontrato Umberto Lisiero a fine gennaio durante un Digital Bootcamp che ho frequentato presso la Digital Accademia di H-Farm a Roncade (TV). Era una sera fredda, eravamo intorno a un camino dopo un’intensa giornata di formazione. Non era facile alle 21.30 presentare il suo libro mentre tutti ci stavamo rilassando. Eppure lui con lucidità e la giusta concisione lo ha fatto. Pochi minuti, qualche cenno sul contenuto, una copia in regalo alla fine e la promessa di tutti di dargli un’occhiata. Ma “News papar Revolution” merita ben più di un’occhiata, merita un’attenta lettura, anzi uno studio sistematico di ogni capitolo. E’ difficile fare analisi esaustive si un fenomeno mentre questo è ancora in corso, tanto più se ci sei immerso dentro. Eppure Lisiero c’è riuscito. Non solo la storia del giornalismo online, l’analisi di come giornalista-editore e redazione sono e stanno ancora cambiando, ma soprattutto le caratteristiche dei quotidiani online e l’osservazione di fenomeni nuovi come public, personal e citizen journalism, ovvero quello che facciamo noi stessi con videofonino, blog e condivisione degli eventi cui partecipiamo sui social.

“News papar Revolution” è un libro da leggere con l’ipad in mano per i continui riferimenti a contenuti in Internet o per verificare istantaneamente e live quanto scritto. A dire la verità si sente la mancanza di una versione in formato elettronico con tutti gli iper-link e i contenuti multimediali collegati al testo. Oltre al fatto che la carta, per questo testo, rappresenta un vero limite, non fosse altro che per la necessità di essere costantemente aggiornato. Cosa che spero, l’autore continuerà a fare.

Solo una piccola nota di stile: a volte si sente che nasce da un lavoro accademico, ma la passione con la quale è scritto e l’attualità degli argomenti rendono sempre la lettura più che scorrevole.

Merito anche all’editore, Fausto Lupetti Editore, che ha dato alle stampe questo testo che  non mancherà di diventare un punto di riferimento. Ne sono sicuro.

Balzac: homme de lettres… de plomb*

Nel 1825 l’editore Urbain Canel propone allo scrittore francese Honoré de Balzac, al momento in difficoltà economiche, di entrare nella sua società: l’idea è  sfruttare insieme i profitti della pubblicazione delle opere complete di grandi come Molière, La Fontaine, Corneille e Racine. Tuttavia i volumi non si vendono facilmente: il prezzo è elevato, la carta usata sottile e trasparente. Così ben presto la società si scioglie dopo aver stampato solo 3000 volumi e senza terminare il ciclo previsto. Balzac non si dà per vinto e convinto del fatto che il profitto editoriale non nasca dalla vendita dei libri ma dalla stampa, fa domanda per un brevetto di tipografo e acquista sette torchi Stanhope, 600 libbre di caratteri Cicero, 1400 libbre di caratteri da testo piccoli e millecento libbre di caratteri romani piccoli. Assume un giovane tipografo come capo dei quasi 40 operai che lavorano in sala stampa.

Tra il 1826 e il 1828 Balzac stampa circa 280 titoli e opuscoli di argomento vario. Eppure gli affari non vanno, non riesce a pagare gli operai e i fornitori, ma cerca di reagire rilevando la famosa fonderia di caratteri da stampa di Joseph Gaspard Gillé, specializzata in disegni e fregi di stile romantico. Per farsi pubblicità inaugura una nuova serie di caratteri, vignette, ornamenti tipografici ispirati ai caratteri egiziani, molto in voga all’epoca. Ma non basta: in pochi mesi l’impresa torna in passivo e Balzac, dopo essere stato costretto a liquidarla perdendovi ogni diritto, si ritrova carico di debiti. L’officina liquidata nel 1828 sarebbe diventata nel Novecento la Deberny & Peignot, rimasta in attività fino al 31 dicembre del 1972!

A questo punto Balzac torna a fare quello che sa fare meglio: scrivere. Nel romanzo Illusions Perdues racconta la fornza e i mali dell’editoria e del giornalismo, la commercializzazione della letteratura e la mercificazione delle idee e dello spirito umano. Per la prima volta il libro appare come prodotto industriale, spogliato del suo lirismo letterario. Non voglio, però, rovinarvi la lettura del romanzo raccontandovi la storia. Vale la pena di sottolineare però che la letteratura è presentata come oggetto di transazioni finanziarie, la cui natura è alterata dai conflitti di interesse di autore/editore/giornalisti dovuta al potere della stampa: per la prima volta emerge il ruolo di potere, e strapotere, dell’industria editoriale e si scopre la forza e la prepotenza di stampa e giornalisti che sono in grado di fare la fortuna – o la sfortuna – di chi cade sotto la loro penna, sia uomo o romanzo. Allora come ora.

* «Mais il y a longtemps que je me suis condamné moi-même à l’oubli; le public m’ayant brutalement prouvé ma médiocrité. Aussi j’ai pris le parti du public et j’ai oublié l’homme de lettre, il a fait place à l’homme de lettres de plomb»