Flipback, se il libro cede alle lusinghe dell’e-book 3/3

Finalmente ho per le mani un flipback. E’ L’ufficiale e la spia di Robert Harris. 864 pagine di romanzo storico sull’Affaire Dreyfus alla “modica” cifra di 15 euro (12,75 perché l’ho comprato su Amazon). Al di là della storia che è anche appassionante e racconta un fatto realmente accaduto nella Parigi della Terza Repubblica, quello che mi interessava, dopo tanto dibattere di questo “nuovo ” formato flipback, era sperimentarne la lettura per capire: si tratta di un gadget o di un modo di leggere funzionale e alternativo? Il volume è 12×8 cm che aperto fa, con il dorso, circa 17 cm e pesa 160 gr: insomma immaginate l’ingombro di un kindle che misura 16,6 cm x 11,4 cm e 170 gr di peso, lo spessore però è diverso: il kindle infatti, è spesso 8 mm. E proprio al kindle, implicitamente il flipback strizza l’occhio. Anche il formato della gabbia di testo, una volta aperto è circa la stessa. Con qualche differenza però, nel kindle la pagina non è spezzata a metà dal passaggio dalla pagina sopra a quella sotto, mentre, punto a favore del flipbook, la veste tipografica (giustezza, carattere, impaginazione) è perfetta. La font è un bastoni (certo non si ridimensiona). La stessa disponibile sul kindle in modo opzionale. Scelta bizzarra di Segrate visto che è provato che si legge meglio un graziato. Anche il punto di bianco della carta è simile al bianco (che poi bianco non è) del kindle. Insomma, un kindle di carta con un solo libro all’interno. Niente di male se non fosse che la fisicità delle pagine è quanto meno discutibile. La carta è leggera, leggerissima: se il libro lo tieni in verticale per leggere con la mano destra l’angolo in alto a sinistra si piega costringendoti a tenere il libro non perpendicolare. Inoltre, tenendolo con la mano l’umido della pelle bagna la carta, sciupandola. Schermata 2014-05-18 alle 15.48.33

Provate a girare pagina quando il numero dei fogli sopra è consistente, inevitabilmente le pagine cadono in giù e si perde il segno. Infine, trovo personalmente fastidioso l’interruzione della pagina a metà data dal passaggio da una pagina all’altra, visto che spezza la lettura. Forse, l’unico pregio è il formato che è davvero contenuto. Forse troppo per leggere agevolmente i caratteri.

La cosa davvero interessante è la confezione. Il blocco libro, cucito, è rinforzato da una tela su dorso e laterali ed è incollato in III di copertina (a mano?). In questo modo la coperta si stende tutta e il blocco libro si apre tutto. La confezione cucita, la copertina risguardata con del Sirio Nero (non proprio a buon mercato) e la carta leggerissima tengono certamente alto il prezzo di produzione del singolo volume e di conseguenza di vendita (gli altri titoli, tutte ristampe, costano 9 euro). Non so se il gioco ne vale la candela. Il libro è sempre stato verticale perché spontaneamente quella forma si è dimostrata la più ergonomica nei secoli. Certo le cose cambiano, ma questa volta non mi azzarderei a parlare di rivoluzione. Tuttavia, lascio ad altri lettori il giudizio. Nel frattempo, Harris me lo leggo sul kindle.

 

 

Annunci

Kindle Paperwhite: prime impressioni

Ho un Kindle Paperwhite da un paio di settimane e devo dire che le mie abitudini di lettore sono già cambiate. Per prima cosa leggo molto di più. Certo, sarà anche l’effetto novità di possedere un reader nuovo, ma è innegabile che il Kindle mi spinge a portarmelo dietro sempre e a leggere ogni volta che ne ho occasione. Pesa pochissimo, lo infili in tasca, la batteria dura tanto e puoi avere tutti i libri che stai leggendo contemporaneamente senza caricarti di carta. In più, a differenza dell’iPad, che ho e che ho spesso usato per leggere, il Kindle non distrae. Quando carichi un libro non hai scuse per andare in Internet, aprire qualche app, giocare, leggere la posta, sentire musica… leggi e basta.

In più la resa della carta è davvero ben fatta: non affatica la vista, non si hanno riflessi o problemi di luminosità (il mio è retro-illuminato). Insomma, manca solo il piacere dello sfogliare le pagine, con il caratteristico frush, e il profumo della carta, tanto rimpianto dai puristi del libro.

Quello che fa davvero la differenza rispetto a un libro è però la resa del testo, la composizione tipografica della pagina, il bilanciamento delle righe, l’equilibrio dei bianchi tipografici, la gestione sapiente dello spazio che c’è su una pagina di carta. Da un lato non è possibile sillabare (mandare a capo) le parole (se non con una patch dedicata a seguito del jailbreak del Kindle che però è illegale e non ancora aggiornata alla versione 5.3.3 del firmwire di Amazon) e questo crea delle righe formalmente brutte con buchi tra le parole e antiestetici bianchi tra le righe. Ma con l’evoluzione dei reader la situazione migliorerà sicuramente.

Dall’altro è chi legge che decide la veste tipografica della pagina sia per quanto riguarda la font, la sua dimensione, l’interlinea e la marginatura. Questo certamente consente massima libertà a chi legge e aiuta chi ha difetti di vista, ma sposta la responsabilità dell’estetica del testo dall’Editore al Lettore. E’ un cambio di prospettiva importante se si pensa al ruolo che nel passato hanno avuto i compositori, gli impaginatori e tutte quelle figure professionali legate non al contenuto del testo, ma alla sua forma.

Di più, in questo modo l’Editore abdica alla sua funzione di editare il testo, di trasformare il libro da oggetto di pura scrittura a prodotto visivo progettato, quanto meno nella sua componente grafica. L’Editore resta però indispensabile per la cura e la correzione del testo a maggior ragione nel momento in cui con i reader il paratesto viene meno.

Infine, il lettore si abitua velocemente a una pagina diversa da quella di un libro di carta. Devo ancora capire se questo, per l’esperienza di lettura, può fare la differenza. Ci si concentra sul testo e sul contento o una forma di pagina bella e bilanciata aiuta di più la lettura? Certamente appaga l’occhio, ma questo significa leggere meglio?

Font gratis da Google

Segnatevi questo indirizzo tra i preferiti: www.google.com/webfonts

E’ la raccolta di 531 (ad oggi) famiglie di font messe a disposizione da Google gratuitamente. Sono tutte scaricabili con licenza open source. Nascono per lo sviluppo di grafica web, ma nulla vieta di usarli anche per la più tradizionale impaginazione per la carta, anche se sono tutti in formato ttf, quindi più adatti all’uso su SO windows, piuttosto che mac, a meno di non convertirli (qui un utile convertitore: www.freefontconverter.com)

Ps: su artigrafiche.maurolussignoli.it c’è un bel post che rimanda al blog dell’avvocato Carlo Piana che tratta di “Web fonts e copyright”.

Questione di carattere

Il designer danese Julian Hansen ha realizzato un’utilissima infografica per una scelta consapevole e rapida del font giusto per un progetto in base a cosa si vuole comunicare. La scelta è basata sui 50 font più venduti dal sito FontShop. L’immagine è scaricabile liberamente ed possibile acquistare anche il relativo poster. Nel forum di Simplicissimus si consiglia di seguire il percorso che porta al Comic Sans… eletto a “carattere più insulso”, a detta di grafici e designer, dopo che anche il Cern lo ha usato per le slide di presentazione del Bosone di Higgs (esiste anche una petizione per rinominare il Comic Sans in Comic Cerns)

Il lavori di Julian sono visibili qui… guardate la copertina di Frankenstein… non è bella?

Che font è?

Se vi è capitato, navigando in rete, di imbattersi in un font particolarmente attraente e voler sapere come si chiama per cercarlo o acquistarlo (mi raccomando) per le proprie creazioni, troverete certamente utile la piccola estensione WhatFont sviluppata da Chengyin Liu, uno simpatico studente dell’università dell’Illinois, per Safari e Crome (ma sono supportati anche Firefox e Internet Explorer 9). Semplicemente l’estensione aggiunge un tasto nella barra del menu del browser che, attivato, aggancia una piccola tab al puntatore del mouse; passando la freccia sul testo di un qualsiasi sito internet nella tab verrà mostrato il nome del font. Non basta: facendo clic appaiono anche il nome della famiglia del Font, la dimensione in pixel e l’interlinea, la fonderia e il colore in valori esadecimali. Provare per credere. Qui il link->

Gli allegati in Acrobat: una bella idea

Ieri, ascoltando un seminario Adobe su Acrobat X, ho scoperto una funzionalità che non conoscevo, pur esistendo da alcune versioni, e che ho trovato molto utile: l’uso degli allegati. In pratica è possibile allegare a un pdf altri file proprio come se si trattasse di una mail. Meglio, come se si trattasse di un unico contenitore: invece di una cartella zippata, un pdf con dentro degli altri file. Pensate ai possibili usi in ottica di produzione di file per la stampa e di scambio di pdf e file aperti di impaginazione. Io me la sono immaginata così: preparo il mio impaginato (Xpress o Indesign) raccolgo le mie font e le mie immagini, faccio un pdf in bassa da usare come bozza, ci allego tutti i materiali e li mando alla fotolito. Sposto un solo file con dentro tutto. Ma le possibilità sono tante. Tutto dipende dal vostro flusso di produzione.

Il comando si raggiunge dal pannello laterale sinistro, cliccando sull’icona “graffetta”, si trascinano i file e il gioco è fatto. Il pdf resta leggibile anche da Acrobat Reader e chi lo riceve può estrarre i file allegati trascinandoli fuori dal menu. E’ un buon modo per archiviare i pdf per la stampa con i relativi materiali nativi. Certo, il peso del pdf cresce. Ma lo spazio costa sempre meno e la velocità delle linee rende utile anche questo tipo di archiviazione, senza passare per cartelle zippate, allegati di mail o numerosi file che viaggiano per email. C’è un limite ai formati allegabili: ad esempio EXE, VBS o ZIP perchè il formato è associato a malware, macro e virus che possono danneggiare il computer. Restano invariate anche tutte le funzionalità di compressione, cifratura e firma digitale tipiche di un file pdf: in questo modo la sicurezza è salvaguardata.

Addio Mr Commodore 64: tutto è iniziato da lui

… almeno la diffusione del computer su larga scala. Fa sorridere il fatto che il 64 nel nome alludesse ai 64 kb di RAM. Ovvero 0.00006 Gb: il mac dal quale scrivo ha 4 Gb di RAM e oggi l’iphone 4s ne ha 524.288 kb!

Il Commodore 64 possedeva un chip video (VIC-II) che poteva produrre 16 colori: l’illusione di un numero maggiore di colori era ottenuta con algoritmi software. Aveva una risoluzione massima di 320 x 200 punti nel modo “hi-res” (2 colori possibili per ogni cella 8 x 8), e di 160 x 200 nel modo “multicolor” (4 colori possibili per ogni cella 4 x 8, con pixel di larghezza doppia). Il modo testo forniva una visualizzazione di 40 colonne per 25 righe. Il font di caratteri di default era modificabile. Il costo di costruzione di ogni C64 è stimato attorno ai 135 dollari.

In rete c’è un emulatore per mac alla pagina: http://www.infinite-loop.at/Power64/Screenshots.html

Addio Mr Commodore 64: è morto Jack Tramiel – Corriere.it.