Gli uffici di Google nel mondo

Rilancio un bel contest fotografico di hongkiat.com sugli uffici di Google nel mondo: fonte di invidia per noi italiani che se va bene lavoriamo in uffici “ufficiosi” e poco creativi, senza possibilità di girare in bici, stendersi su un’amaca o suonare insieme in un patio fiorito. Conscio che non è tutto oro quel che luccica e che, in cambio di certi benefit, la serietà, l’impegno e la professionalità deve essere sempre massima, mi piace pensare che sarebbe bello che anche qui da noi si pensasse al lavoratore, quando se lo merita, come una risorsa, preziosa con il quale collaborare al meglio.

Qualcuno in passato ci aveva già pensato, poi ce ne siamo dimenticati…

Crespi d’Adda

Google Offices Around The World [Photos] - Part II

Olivetti, asilo Olivetti, Ivrea 1945-1979 

Giorgio Calanca, Luciano Pozzo, Giorgio Mondadori e Oscar Niemeyer

Google Offices: Around The World – Part I.
Google Offices: Around The World – Part II
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Parlando di location, invece, questo è quello che si legge sul sito Adobe circa il loro headquarters nella sezione careers a San Jose, California

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San Jose is in the heart of Silicon Valley in Northern California. A temperate climate and close proximity to spectacular mountains and beaches make it ideal for outdoor enthusiasts. Running, cycling, hiking, swimming, windsurfing, and sailing are just some of the great sporting activities people enjoy in and around the city. Plus, some of the best skiing in the world is just a few hours away at Lake Tahoe. A recently revitalized downtown offers world-class theater, dance, and opera. The busy nightlife scene includes restaurants, nightclubs, bars, microbreweries, movie theaters, coffeehouses, and comedy clubs. San Jose is home to five professional sports teams, including the Sharks (hockey), SaberCats (arena football), and Earthquakes (soccer). Football and baseball fans can watch the 49ers and Giants in action just 40 miles up the road in San Francisco, or the A’s and Raiders across the San Francisco Bay in Oakland.

Questo è quello che si legge sulla sede di Agrate, Milano

Adobe’s Milan office is in Agrate, just a few kilometers from downtown Milan, in a modern business center that includes restaurants, pubs, and coffee shops.

E qui tutte le altre. Sig!

 

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La censura di Apple – II parte

La faccenda sembra essere un po’ più estesa di quanto notato per il titolo Rizzoli nel precedente post. Una rapida ricerca su Google in italiano (non oso pensare in inglese) svela una serie inquietante di altri casi. Si va dal fumetto gay all’app di Playboy, alla cover del disco del rapper americano Rick Ross (ritratto a petto nudo) all’app di fotografia 500px rimossa dallo store e così per pagine e pagine.

C’è anche il caso però riportato da melablog.it: in un post del 28 febbraio 2013 si denuncia la censura di Apple su Mail e allegati su iCloud. Il post è questo. E’ una leggenda metropolitano, come i coccodrilli nelle fogne? Possibile eppure “Non ci volevamo credere, e abbiamo fatto qualche test […]. Se la combinazione “barely legale teen” compare nel corpo del messaggio, la consegna va a buon fine; se invece compare nell’oggetto, non soltanto il sistema si rifiuta unilateralmente di recapitarla, ma non avvisa neppure l’utente della censura.”

A ben guardare, però questo tipo di intervento da parte di Apple è previsto. Sempre melablog.it riporta uno stralcio dei termini del contratto di iCloud che esplicitamente dice:

Apple si riserva il tutti i diritti di determinare quali contenuti siano appropriati e in accordo con questa licenza, e può -se così ritiene- effettuare un controllo preventivo, spostare, rifiutare, modificare e/o rimuovere parte del contenuto in qualunque momento, senza necessità di avvisare l’utente e a sua assoluta discrezione, se il contenuto trovato dovesse risultare inappropriato o in violazione dei termini di questo accordo.

Qui c’è un post analogo tratto da www.macworld.co.uk

Beh, sinceramente pensavo che il 1564 (anno del Concilio di Trento) fosse passato da un po’ e che nel 2013 non ci fosse più bisogno dell’opera di Daniele da Volterra, detto il “Braghettone”, che rivestì i personaggi del Giudizio Universale della Cappella Sistina.

Italia e le occasioni mancate

Permettete una piccola divagazione da stampa, editoria e grafia, argomenti preferiti di questo blog?

Ho letto su Sette del 22 marzo un bell’articolo di Edoardo Vigna su Renato Soru, il patron di Tiscali intitiolato “Italiani, facciamo la guerra al monopolio di Google”, ma che si poteva anche intitolare “Italia, le occasioni mancate”. Poche parole tratte dal pezzo per rendersene conto, indignarsi e farsi venire un po’ di rabbia che, spero, si tramuti in voglia di fare e non in immobilismo.

“Fin dall’inizio, abbiamo prodotto tanta innovazione. Fummo tra i primi a parlare di Voip (le tecnologia per parlare al telefono via internet, resa poi un successo da Skype). Ma poi l’abbiamo abbandonato. Abbiamo creato un prodotto d’interfaccia vocale: potevi dettare una mail, chiedere informazioni a voce. Anche questo l’abbiamo abbandonato. Poi abbiamo fatti un motore di ricerca, tipo Google: Arianna, si chiamava. Era il primo al mondo ad avere la ricerca di file audio mp3, il primo ad avere un comparatore di prezzi oggi tanto di moda. Noi ci orientammo verso i servizi di telecomunicazioni, piuttosto che verso i servizi internet. Fu una decisione dovuta alla necessità di metterci nei segmenti di business all’epoca più profittevoli. E fu un errore storico

C’è bisogno di aggiungere altro?

Sì il nome del nuovo motore di ricerca sviluppato da Tiscali: istella (è sardo e Apple non centra)

NB: Per chi volesse l’articolo intero si legge qui.

Quanto costa il libro? Come si forma il prezzo, su carta e in digitale

Lucida analisi di Luisa Capelli sul sito alfabeta2 da leggere tutta di un fiato e meditare.

Qualche suggestione:

  • “effetto più evidente e noto di tale organizzazione della filiera è l’iperproduzione, spesso segnata da una proposta standardizzata dove i cloni occupano lo spazio dell’attenzione e degli scaffali, penalizzando le pubblicazioni originali”;
  • “dovremo anzitutto ipotizzare un prezzo di copertina assai più basso, diciamo 5 euro, poiché la percezione del valore delle opere digitali è di gran lunga inferiore a quella del corrispettivo cartaceo”;
  • “editori, redattori e addetti ai lavori dovranno iniziare a leggere in digitale per comprendere bisogni e critiche dei lettori”;
  • “la pubblicazione digitale può rappresentare un’alternativa e può consentire di pubblicare opere che oggi non arrivano in libreria, favorendo il manifestarsi di un mercato editoriale digitale maturo”;
  • “Dovremo ripensare la funzione editoriale: restituendo valore ai processi di selezione dei contenuti, rendendo questi ultimi sociali e condivisi, tornando a studiare gli ambienti nei quali essi si producono”.

nb. i bold sono dell’autrice

Un futuro senza memoria

Occupandomi quotidianamente di gestione di documenti digitali, mi ritrovo spesso ad avere a che fare con perdite di dati, cd troppo vecchi, file obsoleti, hard disk illeggibili. Il più delle volte, nonostante i tentativi più disparati, non resta che rassegnarsi alla perdita e, se possibile, cercare il corrispettivo cartaceo: se esiste ancora. E non importa se è stata posta la massima cura nell’archiviare quei materiali digitali: i supporti deperiscono, i formati cambiano velocemente, le interfacce passano di standard in standard… per non parlare di banali guasti meccanici. E nessuno, per ora, si pone il problema dell’aggiornamento manutentivo di questi archivi. Lavorando con i libri nel mio caso spesso vengono in soccorso riprese fotografiche e ocr, con relative perdite di tempo e nuove spese di edizione. Ma i libri restano un’isola “felice”: sono, forse, l’unico supporto che rimarrà insieme al corrispettivo digitale e in caso di “disastro”, la copia di carta potrà venire in soccorso. Proviamo però a pensare a tutto il resto: dai quotidiani alle nostre foto, dalle app alle canzoni che ascoltiamo, dai documenti personali a quelli di interesse pubblico… e proviamo a pensare al futuro. Fatemi fare il catastrofista per un attimo. Cosa succederebbe se fossimo se per un motivo qualsiasi non ci fossero più corrente elettrica e connettività? La perdita di ogni dato, di ogni… memoria. Ma non occorre pensare a un blackout per rendersi conto che il nostro sarà comunque un futuro senza ricordi. Pensiamo alle foto dell’album di famiglia. Probabilmente ognuno di noi ha qualche foto dei nonni o dei genitori da bambini; foto sbiadite, scolorite, in bianco e nero, ma pur sempre leggibili. Se facciamo un salto in avanti come sarà il nostro album di famiglia tra 10 anni (non occorre andare oltre)? Indipendentemente dal supporto, sarà digitale, ma, se non progressivamente aggiornato, sarà illeggibile… come le vhs di un matrimonio dei primi anni Novanta. E così tutto quello che c’è ora nei nostri cellulari, nei nostri tablet, nel cloud, in Google Documenti… Ricordi del nostro passato che si perderanno nell’oblio di una memoria ridotta alla somma dei materiali che la compongono. In una sala riunioni della mia azienda c’è un floppy da 8″ della Nec: senza un computer che ha quel lettore e un programma in grado di accedervi e leggere i dati oggi è solo uno strano oggetto. In libreria, l’altro giorno, ho visto in libro che raccoglie le prime pagine del Corriere della Sera più significative. Se non ci fosse stata almeno una copia cartacea di ciascun numero non avremmo quel libro, non potremmo leggere – e conoscere – i fatti di quel giorno. Il Corriere ha un archivio digitale con tutte le pagine scansionate. Quest’archivio ha un’infrastruttura, con backup, policy di accesso, manutenzione del database, macchine fisiche e virtuali in cui sono archiviati i dati, locali a temperatura controllata, corrente elettrica ecc… senza solo una di queste componenti quell’archivio è inaccessibile e quindi non esiste. Mentre, probabilmente nella soffitta del nonno una vecchia copia del Corriere c’è ed è leggibile. Ora il problema della perdita dei dati affligge ogni raccolta, digitale o analogica che sia, ma in un mondo in cui il valore aggiunto delle informazioni non è più solo nella singola informazione, ma in una rete di informazioni interconnesse, e tutto è affidato a mondi virtuali che non esistono indipendentemente, ma dipendono da strumenti di consultazione (i device) che a loro volta dipendono da altri sistemi di sostentamento (banalmente la corrente) questo è un problema con il quale fare i conti. Magari significherà non avere più le foto del matrimonio, della nascita del primo figlio, del giorno della laurea, ma non solo: una copia leggibile di un libro nato solo come ebook, un videogioco, un’app, una musica, una voce di enciclopedia, un disegno tecnico, una formula chimica…

Buon compleanno Google!

Oggi niente grafica, stampa o editoria, solo una piccola curiosità…

Google compie 14 anni e lo fa con il suo dei suoi divertenti doodle: una torra colorata che si lascia mangiare. Lo scopo dei doodle è quello di celebrare un evento, una data particolare, un personaggio, ma anche di invitare a un piccolo approfondimento. Così mi sono fatto guidare e ho cliccato sul logo fino alla pagina di Wikipedia relativa a Google. E, come spesso accade con le cose che si hanno sotto gli occhi tutti i giorni, sono rimasto sorpreso dall’origine della parola “google”, talmente entrata nel nostro linguaggio da diventare addirittura un verbo riconosciuto. La riporto qui tale e quale appare su Wiki:

” I due fondatori, Page e Brin, cercavano un nome che potesse rappresentare la capacità di organizzare l’immensa quantità di informazioni disponibili sul Web; avevano bisogno di un’iperbole.

Utilizzarono un nome già esistente: Googol, termine coniato dal nipote del matematico statunitense Edward Kasner nel 1938, per riferirsi al numero rappresentato da 1 seguito da 100 zeri. A Page e Brin sembrò perfetto come metafora della vastità del web. I due fondatori avevano intenzione di chiamare il neonato motore di ricerca proprio Googol, ma al momento di pubblicare il loro search engine questo dominio era già stato assegnato, perciò Page e Brin furono costretti ad optare per la parola Google (quella che tutti oggi conosciamo).

Il termine viene inoltre associato con un doppio gioco di parole in inglese, a goggle:

  • goggles binocolo, appunto perché il motore permette di esplorare la rete fino a “guardarla da vicino”.
  • to goggle strabuzzare gli occhi, in senso di sorpresa per quanto si riesce a trovare.”

Trovo bellissima l’ironia di uno dei pilastri portanti del web che, al momento di registrare il dominio, risulta già usato…

 

Font gratis da Google

Segnatevi questo indirizzo tra i preferiti: www.google.com/webfonts

E’ la raccolta di 531 (ad oggi) famiglie di font messe a disposizione da Google gratuitamente. Sono tutte scaricabili con licenza open source. Nascono per lo sviluppo di grafica web, ma nulla vieta di usarli anche per la più tradizionale impaginazione per la carta, anche se sono tutti in formato ttf, quindi più adatti all’uso su SO windows, piuttosto che mac, a meno di non convertirli (qui un utile convertitore: www.freefontconverter.com)

Ps: su artigrafiche.maurolussignoli.it c’è un bel post che rimanda al blog dell’avvocato Carlo Piana che tratta di “Web fonts e copyright”.

Drupa 2012. La app che vorrei

Devo dire che i Signori di Drupa fanno le cose in grande. A parte la fiera e il movimento di logistica e organizzazione che c’è dietro la manifestazione, hanno realizzato una piccola (4,5 mb) app in inglese e tedesco per gestirsi con tablet e smartphone la visita alla fiera. E’ presente il calendario degli eventi, l’elenco aggiornato di tutti gli espositori con la loro ubicazione nella mappa della manifestazione e tutte le informazioni legate ai loro prodotti e ai contatti. E’ possibile costrursi un percorso predefinito da casa e un calendario degli incontri e degli eventi per poi seguirli una volta a Düsseldorf. Completa il tutto l’integrazione con Google Map. Un’unica pecca: non è possibile fissare direttamente degli appuntamenti con gli espositori. Funzionalità che sarebbe stata davvero apprezzata e avrebbe reso la fiera davvero 2.0.

Per chi preferisce ancora la carta, dal sito di Drupa, previa registrazione, è possibile costruirsi il proprio itinerario a partire dall’elenco di tutti gli espositori e salvando li una sorta di playlist che darà vita a un pdf stampabile con tutte le info relative all’ubicazione dello stand, tipologia di prodotto, descrizione dell’azienda e relativi contatti. Cosa molto utile per costruirsi un diario della visita da usare anche dopo.