Sbatti il mostro in prima pagina

Locandina

Per chi non l’avesse visto o non se lo ricorda, consiglio di rivedere questo bel film del 1972 di Marco Bellocchio. Non tanto, o meglio, non solo per l’impressionante attualità dei temi trattati (il potere dei mass media nel condizionare l’elettorato, il legame stretto tra imprenditori della comunicazione e politica, la forza della parola e il relativismo pirandelliano della verità), per una Milano dal sapore aspro e fosco (strade sempre bagnate e il cielo color ottanio), per un eccezionale Gian Maria Volontè, per il curioso cameo a inizio film di un giovanissimo Ignazio La Russa, ma anche perchè tutto il film ha come filo conduttore la produzione di un quotidiano. Dalla dettatura della notizia alle copie fresche di stampa caricate sui furgoncini per le edicole. Accanto ai già visti e stereotipati primi piani delle rotative o delle copie che escono dal chopper, ci sono le linotype (con tanto di linea di fusione dei panetti di piombo), le reprocamera, i proto, i titolisti, la composizione della prima pagina, i menabò su carta, il tira-prove, le bobine di carta, le ribatture, il rumore della tipografia, le dita nere e gli sbaffi di inchiostro sulla carta ancora bagnata. Insomma, il film è una vero documento storico anche dal punto di vista di storia di come si facevano i giornali prima del computer. Da vedere.

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Verona, addio alla Mondadori Printing

Il 5 dicembre scorso è stata smontata l’insegna Mondadori dallo storico stabilimento di Verona divenuto di proprietà Pozzoni: esattamente 100 anni dopo la fondazione da parte di Arnoldo della casa editrice. Da quanto si legge su L’Arena gli accordi di cessione del 2008 prevedevano l’utilizzo del marchio fino al 31 dicembre 2012. Lo stabilimento prenderà ora il nome di Elcograf, come la divisione storica di Pozzoni con sede a Beverate di Brivio.

Un pezzo di storia della stampa e dell’editoria italiana se ne va. Sic transit gloria mundi…

Qui l’articolo de L’Arena.it

Di Eco, Joyce, Kerouac e García Márquez i libri «impossibili» da finire

Eco, Joyce, Kerouac, García Márquez: dal Corriere i «impossibili» da finire.

L’idea è del Guardian che ha lanciato il sondaggio i primi di novembre proponendo la classifica fatta per immagini: The 10 most difficult books to finish – in pictures.

Il Corriere ha invitato a votare i lettori sul suo sito, su Twitter (#10librichenonriescoafinire) dove il dibattito è tutt’ora aperto, e Facebook. Tanti  titoli scontati (La “Recherche” di Proust), qualche sorpresa (il “Deserto dei Tartari” di Buzzati) e una certezza la lunghezza non è sinonimo di difficile da finire.

La “Stampa” racconta la sua storia

Apre i battenti domani 30 ottobre il museo dedicato alla storia del quotidiano “La Stampa” di Torino che quest’anno compie i 145 anni. L’idea nasce, a ridosso del trasloco nella nuova sede delle testata in via Lugaro 15, dalla volontà di evitare la dispersione dei pezzi della propria memoria. Tra prime pagine consultabili su grandi touch screen e documenti rari, ci sono due sezioni particolarmente interessanti. La prima dedicata allo sviluppo delle tecnologie di trasmissione delle notizie, dal telegrafo al telefono (il numero era 1136), dal primo trasmettitore di telefoto al dimafono, dal telex al fax fino ai primi cellulari. L’altra racconta l’evoluzione del processo di stampa del quotidiano. Dalle cassettiere con i caratteri mobili al primo sistema editoriale. Si può ammirare una linotype per la composizione dei pezzi rimasta in produzione fino al 16 ottobre 1978 quando fu composta l’ultima prima pagina in piombo dedicata all’elezione di Giovanni Paolo II. Infine, una serie di immagini mostra l’evoluzione dello stabilimento di stampa di Torino.

Per chi non potesse andare a Torino è possibile fare un bel tour della nouva redazione del giornale da qui.

Dal 30 ottobre lo Spazio La Stampa (a ingresso gratuito) è aperto al pubblico in via Ernesto Lugaro 15, a Torino.

“Che vuole che io faccia del suo latinorum?”* Ci impagino…

«Nemo enim ipsam voluptatem, quia voluptas sit, aspernatur aut odit aut fugit, sed quia consequuntur magni dolores eos, qui ratione voluptatem sequi nesciunt, neque porro quisquam est, qui dolorem ipsum, quia dolor sit, amet, consectetur, adipisci v’elit, sed quia non numquam eius modi tempora incidunt, ut labore et dolore magnam aliquam quaerat voluptatem. Ut enim ad minima veniam, quis nostrum exercitationem ullam corporis suscipit laboriosam, nisi ut aliquid ex ea commodi consequatur? Quis autem vel eum iure reprehenderit, qui in ea voluptate velit esse, quam nihil molestiae consequatur, vel illum, qui dolorem eum fugiat, quo voluptas nulla pariatur? [33] At vero eos et accusamus et iusto odio dignissimos ducimus, qui blanditiis praesentium voluptatum deleniti atque corrupti, quos dolores et quas molestias excepturi sint, obcaecati cupiditate non provident, similique sunt in culpa, qui officia deserunt mollitia animi, id est laborum et dolorum fuga. Et harum quidem rerum facilis est et expedita distinctio. Nam libero tempore, cum soluta nobis est eligendi optio, cumque nihil impedit, quo minus id, quod maxime placeat, facere possimus, omnis voluptas assumenda est, omnis dolor repellendus. Temporibus autem quibusdam et aut officiis debitis aut rerum necessitatibus saepe eveniet, ut et voluptates repudiandae sint et molestiae non recusandae. Itaque earum rerum hic tenetur a sapiente delectus, ut aut reiciendis voluptatibus maiores alias consequatur aut perferendis doloribus asperiores repellat. »

Do i numeri? No, questo è il passo dal De finibus bonorum et malorum di Cicerone dal quale è tratto il famoso testo segnaposto “Lorem ipsum dolor sit amet”, usato sin dal XVI secolo. Le parole, evidenziate in bold, sono state individuate da Richard McClintock, professore di latino al Hampden-Sydney College in Virginia. Fu reso popolare, negli anni Sessanta, con la diffusione dei fogli di caratteri trasferibili Letraset (trasferelli) che ne contenevano passaggi. Una traduzione, ovviamente, non è possibile e, è bene ricordarlo, esistono diverse versioni di Lorem, create nel tempo, anche a scopo ludico.

* A. Manzoni, I Promessi Sposi

Una crisi fatta di tragiche contraddizioni

Per Bazzi-Moretti si avvicina la chiusura. Annunciata la messa in liquidazione

Grafica Veneta: problemi per troppo lavoro?

Le due notizie contrastanti apparse sul portale Stampamedia.net lasciano decisamente sconcertati. Due aziende ricche di storia, leader nel settore, entrambe dell’operoso nord afflitte da problemi diametralmente opposti. Eppure questi destini, diversi e opposti, paiono il paradigma del difficile e strano momento che stiamo vivendo. Da un lato una fusione, quella di Bazzi+Moretti, che sulla carta aveva tutti i numeri per essere vincente e naufragata in meno di 12 mesi, dall’altra la realtà di Veneta fatta di investimenti e commesse importanti alle prese con problemi con i sindacati per l’eccessivo carico di lavoro e la necessità di massima flessibilità per rendere efficiente la produzione. Trovo entrambe le situazioni paradossali. Certo bisognerebbe conoscere dal dentro le situazioni, ma mi chiedo: come si può dichiarare a proposito di Veneta “In mancanza di una politica industriale e di una cultura d’impresa…”? Come si può prendere, con i tempi che corrono, di voler applicare il CCNL alla lettera lavorando con l’orologio alla mano e il cartellino nell’altra? Certo i diritti sono sacrosanti e vanno rispettati, senza che le due parti (lavoratore e datore di lavoro) si approfittino l’uno dell’altro, ma la flessibilità dovrebbe essere la parola d’ordine: le commesse non arrivano scaglionate nella settimana e la tiratura non è funzione del turno di lavoro. Da lavoratore come non dar ragione a Francesci, presiedente di Veneta, quando dice, parlando dei sui dipendenti che si lamentano, “se fossero senza lavoro o in cassa integrazione cosa farebbero?”

Sull’altro versante c’è la situazione di Bazzi+Moretti che nel giro di un anno hanno bruciato i loro 200 anni di storia. Chi li conosce sa che aziende sono, quali sono le loro macchine e quale fosse il loro approccio al lavoro. Eppure non è bastato. E non sono bastati i ricavi cresciuti del 22%. E’ vero c’è un mancato incasso per una commessa da 200mila euro, ma basta un -200mila per mettere in ginocchio un’azienda così? Sì se la congiuntura è pessima, l’accesso al credito impossibile, la prospettiva del mercato inesistente e si hanno circa 60 famiglie sul libro paga. La mossa di Aldo Bazzi è da leggere come il desiderio di portare la nave in porto con tutti (dipendenti, fornitori e titolari) sani e salvi prima di un tragico naufragio.

Insomma, questa crisi ha diversi volti e tante contraddizioni, ma soprattutto ci si sente l’affanno di chi lotta e ha lottato e inizia ed essere stanco.

Balzac: homme de lettres… de plomb*

Nel 1825 l’editore Urbain Canel propone allo scrittore francese Honoré de Balzac, al momento in difficoltà economiche, di entrare nella sua società: l’idea è  sfruttare insieme i profitti della pubblicazione delle opere complete di grandi come Molière, La Fontaine, Corneille e Racine. Tuttavia i volumi non si vendono facilmente: il prezzo è elevato, la carta usata sottile e trasparente. Così ben presto la società si scioglie dopo aver stampato solo 3000 volumi e senza terminare il ciclo previsto. Balzac non si dà per vinto e convinto del fatto che il profitto editoriale non nasca dalla vendita dei libri ma dalla stampa, fa domanda per un brevetto di tipografo e acquista sette torchi Stanhope, 600 libbre di caratteri Cicero, 1400 libbre di caratteri da testo piccoli e millecento libbre di caratteri romani piccoli. Assume un giovane tipografo come capo dei quasi 40 operai che lavorano in sala stampa.

Tra il 1826 e il 1828 Balzac stampa circa 280 titoli e opuscoli di argomento vario. Eppure gli affari non vanno, non riesce a pagare gli operai e i fornitori, ma cerca di reagire rilevando la famosa fonderia di caratteri da stampa di Joseph Gaspard Gillé, specializzata in disegni e fregi di stile romantico. Per farsi pubblicità inaugura una nuova serie di caratteri, vignette, ornamenti tipografici ispirati ai caratteri egiziani, molto in voga all’epoca. Ma non basta: in pochi mesi l’impresa torna in passivo e Balzac, dopo essere stato costretto a liquidarla perdendovi ogni diritto, si ritrova carico di debiti. L’officina liquidata nel 1828 sarebbe diventata nel Novecento la Deberny & Peignot, rimasta in attività fino al 31 dicembre del 1972!

A questo punto Balzac torna a fare quello che sa fare meglio: scrivere. Nel romanzo Illusions Perdues racconta la fornza e i mali dell’editoria e del giornalismo, la commercializzazione della letteratura e la mercificazione delle idee e dello spirito umano. Per la prima volta il libro appare come prodotto industriale, spogliato del suo lirismo letterario. Non voglio, però, rovinarvi la lettura del romanzo raccontandovi la storia. Vale la pena di sottolineare però che la letteratura è presentata come oggetto di transazioni finanziarie, la cui natura è alterata dai conflitti di interesse di autore/editore/giornalisti dovuta al potere della stampa: per la prima volta emerge il ruolo di potere, e strapotere, dell’industria editoriale e si scopre la forza e la prepotenza di stampa e giornalisti che sono in grado di fare la fortuna – o la sfortuna – di chi cade sotto la loro penna, sia uomo o romanzo. Allora come ora.

* «Mais il y a longtemps que je me suis condamné moi-même à l’oubli; le public m’ayant brutalement prouvé ma médiocrité. Aussi j’ai pris le parti du public et j’ai oublié l’homme de lettre, il a fait place à l’homme de lettres de plomb»